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La Chiesa di S. Francesco d’Assisi all’Immacolata

La chiesa, sebbene originariamente consacrata a San Michele Arcangelo, assunse il titolo di San Francesco all’Immacolata, dal momento che i Padri Conventuali vi introdussero ed incrementarono le devozioni per il Padre Serafico e per la Vergine Maria sotto il titolo di Immacolata Concezione. In origine di piccole dimensioni, fu ampliata in epoca tardo-medievale assumendo forme gotiche e uno spiccato verticalismo. Avanzi di strutture architettoniche trecentesche restano nei locali adiacenti alla chiesa; la tipologia e la finitura del materiale impiegato, una locale pietra arenaria, caratterizzano anche il portale gotico, esistente nel chiostro attiguo alla chiesa.

La chiesa di San Francesco all’Immacolata subì sensibili danni a seguito del tragico terremoto del 1693 ma era già ricostruita nel 1724, anno in cui si rese necessaria la stipula del contratto con Pietro Merita e Antonino Rizzo per l’edificazione della facciata, secondo un primo progetto. Nel 1727 il piano dei lavori fu sottoposto a revisione e affidato a Tommaso Amato e Francesco Battaglia, catanesi, che sostituirono le quattro nicchie con santi francescani, nei partiti laterali della facciata, con altrettanti attributi mariani entro tabelloni a rilievo, quasi a far da corona alla nicchia centrale con la statua dell’Immacolata: in basso, da sinistra, la palma e il cedro; nel secondo ordine, la porta del cielo e la torre di Davide. In alto, nella lunetta campeggia l’emblema francescano con le braccia incrociate di Cristo e San Francesco davanti alla Croce.

Il prospetto è giudicato uno fra i più interessanti fra le facciate barocche di Caltagirone; gli architetti si ispirarono, probabilmente, ad esempi palermitani e in particolare alle chiese di S. Domenico e della Pietà, a Palermo.

La cupola si articola all’esterno in otto grandi finestroni ed è coronata da una sequenza di sfere in terracotta smaltata. È sprovvista della calotta e del lanternino che non furono mai realizzati dopo il rovinoso crollo, avvenuto nel corso dei lavori di completamento all’imbrunire del 24 novembre 1702.

Il campanile, che svetta agile accanto alla cupola, fu costruito nel 1852 nella sola cella campanaria su progetto dell’architetto caltagironese Salvatore Marino. Fu concepito per accordarsi alla ricchezza ornamentale della facciata, ponendo a coronamento una cuspide, sormontata da un’alta guglia; l’eleganza di questo campanile fu motivo d’ispirazione per l’architetto Ugo Tarchi da Roma, quando nel 1954 progettò il campanile della vicina Cattedrale di San Giuliano.

La piazza antistante alla chiesa e al convento, originariamente più acclive, fu abbassata di circa quattro metri per agevolare l’accesso dei frati e dei fedeli, furono realizzati i terrapieni e fu aperta, a sinistra della chiesa, una strada pubblica.

Per il verificarsi dell’aurora boreale la sera del 29 marzo 1739, la popolazione, colta da indicibile panico, recò in solenne processione il Patrono San Giacomo sino alla piazza di S. Francesco d’Assisi, dinanzi alla parte del cielo che secondo il comune sentire, minacciava un’imminente pioggia di fuoco.

All’interno della chiesa si osservano pregevoli lavori artistici opera dei fratelli caltagironesi Giuseppe e Francesco Vaccaro ed un reliquiario di cui scrive il Di Marzo, nella traduzione del Lexicon topographicum: «In quel tempio magnifico molti interi corpi di santi riposano sotto l’arca di ciascuna cappella, e mostrano i frati una reliquia del legno della S. Croce, donativo della Regina Bianca». Vi si trova infine l’angelica statua processionale dell’Immacolata, attribuita a Giuseppe Vaccaro, vestita di ricchi paludamenti ricamati in oro, cui la città da secoli tributa profonda devozione.

 

Il Convento dei Frati Minori Conventuali

È il più vasto fra i conventi di Caltagirone e culturalmente fu tra i più impegnati. La sua fondazione si fa risalire al 1236 e alla figura del Beato Riccardo da Caltagirone, ritenuto uno dei primi seguaci di San Francesco, celebre per aver operato numerose guarigioni in vita e dopo la morte.

Il complesso sorge in una posizione amena e dominante, alla sommità di una delle colline della città. Con una immagine cara alla storiografia francescana si potrebbe paragonare questa comunità ad un fecondo giardino, in cui fiorirono gemme odorose per cultura e santità di vita.

Ben tre vescovi, già ministri provinciali dell’ordine, figurano tra i figli del convento: Pietro de Pietro, chiamato a sedere sulla cattedra episcopale di Cefalù verso il 1335; Giovanni de Rosa, eletto Vescovo di Mazara nel 1415 dal Papa Giovanni XXII; Ignazio Montemagno, posto alla guida pastorale della diocesi agrigentina nel 1837. Diversi altri religiosi, che rifulsero per le loro singolari virtù, si formarono in seno a questa famiglia di frati. Giacomo Polizzi, Provinciale nel 1548, fu stimato teologo del suo tempo e partecipò al Concilio Tridentino. Al suo ritorno in patria fondò un convento di vita austera, proponendo una nuova regola di stretta osservanza francescana. Padre Baldassarre Paglia, coronato poeta all’età di soli 13 anni, professore di teologia, storia ecclesiastica e filosofia, socio di varie accademie letterarie, fu nominato nel 1704 Vice-segretario generale dell’Ordine, ma fu stroncato da una malattia incurabile a Firenze appena un anno dopo. Gerardo Arcolaci, morto nel 1644, merita di essere ricordato per aver posto mano ad un’imponente opera di restauro e ampliamento del convento e della chiesa, per aver favorito la costruzione del celebre ponte di San Francesco e promosso la proclamazione dell’Immacolata a patrona della Città di Caltagirone.

A causa del disastroso terremoto dell’11 gennaio 1693 i frati ebbero rovine, sia nel convento che nella sontuosa chiesa, non molti anni prima ingrandita e arredata sotto la direzione del p. Gerardo Arcolaci. Nel pomeriggio di quel triste giorno, dopo i primi tremori della terra, i Frati scesi nell’ala del chiostro attigua alla chiesa si disposero a due a due con corone di spine, cordone al collo e piedi scalzi, preceduti dai maestri cannatari, i ceramisti di Caltagirone riuniti nella Confraternita dell’Immacolata, formando una lunga processione; ma ecco sopraggiungere una fortissima scossa, che costrinse i penitenti a fuggire e a disperdersi, mentre le colonne del chiostro vacillavano come li salmartini del cembalo, come le corde di un clavicembalo.

La ricostruzione fu faticosa: per le riparazioni ai locali del cenobio e al ponte seicentesco di San Francesco, voluto dagli stessi frati, furono impiegati migliaia di scudi.

Nel 1866, con l’incameramento da parte dello Stato Italiano dei beni posseduti dagli ordini religioso, il convento subì vari passaggi di proprietà e di destinazione. I locali, prima di essere restituiti alle autorità ecclesiastiche, furono trasformati in caserma e in tribunale. Solo nel 1911 l’allora Vescovo di Caltagirone, mons. Damaso Pio De Bono e il prosindaco d. Luigi Sturzo vi poterono sistemare la Sede Vescovile e il Seminario, affidato sin dal 1905 ai Padri della Missione di San Vincenzo de’ Paoli, esuli di nazionalità francese.

Il Parlatorio

È l’antico Oratorio della Confraternita dell’Immacolata Concezione costituita nel 1676 dai ceramisti che avevano la propria bottega nei pressi del Convento; era il luogo in cui i confrati potevano svolgere le attività di culto e le celebrazioni liturgiche.

In seguito questo spazio venne utilizzato come Parlatorio del Seminario destinato ad ospitare quanti si recavano in visita a chierici e seminaristi.

Sulla volta un affresco, incorniciato da stucchi ottocenteschi, raffigura l’Immacolata Concezione che riceve l’omaggio dei quattro continenti rappresentati da figure femminili recanti doni alla Vergine.

In fondo, nell’abside che un tempo sormontava il settecentesco altare successivamente trasferito nella cappella funeraria dei confrati, si trova un artistico crocifisso. Posto sotto il catino in cui spiccano stucchi con motivi che richiamano l’arte della decorazione della maiolica, il crocifisso è in terracotta, plastico nella postura del corpo e suggestivo nell’espressione del volto, con la croce rivestita in rame.

Nella seconda metà degli anni Cinquanta, veniva completato un intenso intervento di ristrutturazione, con il rivestimento delle pareti in marmo botticino di Trapani bordato con marmo rosso di Sant’Agata. Oggi il Parlatorio mantiene la funzione di sala di rappresentanza vescovile ed è spesso utilizzato per incontri e attività formative e seminariali.

 

La Cappella del SS.mo Sacramento Ritrovato

Venne realizzata dai frati nella prima metà dell’Ottocento in memoria del miracoloso ritrovamento del SS.mo Sacramento lungo le scale della Chiesa di San Francesco.

Nel dicembre del 1807, infatti, dalla Chiesa di Santa Maria della Stella, nel centro storico della città, venne trafugata la pisside contenente il Corpo di Gesù Sacramentato. Qualche giorno dopo, vigilia di Natale, la pisside con il contenuto intatto venne ritrovato lungo la scalinata della chiesa.

La Cappella, visibile dall’esterno per via dell’asimmetria creata nel prospetto principale, venne arricchita di stucchi e di una pavimentazione realizzata con mattonelle in terracotta dipinta.

Al suo interno si ammira una statua lignea raffigurante l’Immacolata Concezione rappresentata con un manto dorato, simbolo di luce, ed ai piedi una mezzaluna simbolo del superamento delle tenebre.

In alto, nei pennacchi della cupoletta, in figure muliebri sono rappresentate la Fede, la Giustizia, la Carità e la Speranza. Infine, un cartiglio recita un versetto tratto dal Salmo 131 che invita i fedeli ad adorare Dio nel luogo in cui Egli stette: «Adorabimus in loco ubi steterunt pedes eius».

 

Il Chiostro di San Francesco

Il chiostro, centro attorno a cui si organizzava la vita dei frati e frontiera aperta sulla città nella missione evangelizzatrice, mostra in tutte le sue parti una chiara adesione alla cultura artistica manierista. Le fonti storiografiche attribuiscono all’intraprendenza e allo spirito di servizio del p. Arcolaci, vissuto nel primo Seicento, una consistente opera di ristrutturazione dell’intero complesso: la data 1634, scolpita su una finestra dello stesso chiostro, ne è una buona prova. Elemento fondamentale per comprendere le scelte artistiche dei frati è lo spirito di povertà, inaugurato dallo stesso San Francesco, patriarca dell’ordine: il convento, destinato ad accogliere una famiglia di frati mendicanti, assunse così un aspetto sobrio e rigoroso.

L’essenzialità del disegno e dell’ornato trova la sua unica eccezione in corrispondenza delle arcate, decorate nelle chiavi di volta da mascheroni grotteschi.

I prospetti esterni, affacciati sul pozzo, contano numerose finestre e quattro balconi, ciascuno inquadrato da discrete paraste ioniche. Alla fase di rinnovamento seicentesco si devono ascrivere anche i due portali di accesso al chiostro: l’uno presso la portineria del convento, solennemente chiuso fra colonne scanalate, che per una evidente ricerca di rigore formale potrebbe definirsi tardo-rinascimentale; l’altro di ingresso all’atrio della cappella, recante nella lunetta l’emblema francescano. Le camere al piano superiore subirono forse gli interventi più consistenti dopo i disastri del 1693, come testimoniano le date 1716 e 1717, incise sotto due ballatoi. Nell’aprile 1937 fu compiuto un’ulteriore restauro e nella stessa occasione si piantarono quattro fusti di palma. Al centro del chiostro si trovano il pozzo e la fontanetta claustrale, presso la quale i frati, nello spirito di vita comunitaria, facevano le abluzioni del mattino.

Un portale a sesto acuto, strombato su entrambi i fronti, è l’unica testimonianza superstite del convento medioevale. Sacrificato nelle strutture seicentesche, come dimostra l’inserimento nella parte superiore di una finestra ellittica di gusto manierista, è stato recentemente riportato alla luce. È da notarsi come l’accostamento dei diversi materiali costruttivi, con la pietra bianca nella sola fascia d’imposta, trasformi sapientemente la bicromia in elemento decorativo.

Una datazione al XIV secolo è suggerita dalla sequela di piccoli capitelli con motivi naturalistici stilizzati, scolpiti a basso rilievo e ancora visibili dall’interno.

Al piano superiore della corsia meridionale che mette in collegamento con gli uffici della Curia Vescovile, è ancora visibile la decorazione in stucco sulla volta; legata ai modelli, austeri e poderosi del primo barocco, fa ritenere che questi ambienti non subissero molti danni nel 1693.

Il lavabo, murato nell’ala settentrionale del chiostro, era originariamente collocato nell’atrio dove nel 1933 furono edificati il portico e la scalinata d’accesso alla cappella del seminario. A seguito del bombardamento aereo del 1943 fu smontato e ricomposto nel sito attuale. Reca scolpiti, nel cartiglio in alto, la data del 1613 e l’iscrizione «lavabis me et super nive[m] dealbabor» tratta dal Salmo 50, 9: Purificami e sarò più bianco della neve.

Tutta la composizione, chiusa da due leggeri ed eleganti balaustri laterali, è di chiara impronta manierista, combinando una serie di elementi architettonici e di motivi all’insegna della modulazione decorativa e dell’eccentricità, secondo la moda del tempo.

 

La Biblioteca Pio XI

La Biblioteca PIO XI è aperta agli studenti di ogni ordine e grado, possiede una varia e ricca consistenza libraria e favorisce l’accesso alla cultura e alla conoscenza attraverso un’adeguata assistenza nello studio e nella ricerca bibliografica.

Il nucleo iniziale del patrimonio librario, oltre che dalle opere utilizzate per la formazione dei seminaristi sin dal 1822, è rappresentato dalle donazioni del canonico Salvatore Aprile Chiarandà (1818-1882) e mons. Saverio Gerbino (1814-1898), Vescovo di Caltagirone dal 1887; si aggiunsero successivamente le donazioni dell’avvocato Giuseppe Ingrassia, del prof. Giuseppe Battiati, di mons. Gaetano Piluso: uomini profondamente stimati per cultura, impegno sociale e ministero sacerdotale.

Tra i primi responsabili della biblioteca vi fu anche Luigi Sturzo che si occupò del riordino e della sistemazione. Sturzo favorì anche una vivace circolazione di opere non solo a carattere teologico ed ecclesiologico ma anche sociale e letterario, come testimonia il registro dei prestiti di allora siglato nella qualità di bibliotecario.

Negli anni Trenta del Novecento, sotto l’episcopato del milanese mons. Giovanni Bargiggia, la biblioteca venne definitivamente collocata nei locali che occupa attualmente. Il Vescovo Bargiggia, consacrato dalle mani di Pio XI, al secolo Achille Ratti, intitolò al Santo Padre, raffinato studioso e già Prefetto della Biblioteca Ambrosiana, la biblioteca calatina fino ad allora denominata Gerbino-Ingrassia in virtù delle cospicue donazioni ricevute.

Sul piano architettonico, di particolare interesse è l’arco gotico che si affaccia sul chiostro, sopravvivenza dell’originaria presenza dei frati in età medievale. Attraverso l’arco, all’interno della sala della direzione, è ancora visibile il simbolo francescano in pietra scolpita, le braccia di Cristo e di Francesco che si incrociano sul legno della Croce; alle pareti sono incastonati elementi decorativi antropomorfi e zoomorfi in stile barocco.

Negli anni Ottanta il trasferimento dei seminaristi nella più nuova e adeguata struttura del Seminario Estivo, in una zona residenziale della città, determinò un rallentamento delle attività di fruizione del patrimonio librario.

Oggi, grazie ad importanti interventi di ristrutturazione, restauro e ammodernamento tecnologico voluti da S.E. Mons. Vincenzo Manzella, la Biblioteca PIO XI si inserisce pienamente nel sistema delle risorse culturali territoriali svolgendo un ruolo importante nella formazione, nella ricerca e nella valorizzazione delle risorse culturali ecclesiastiche diocesane. Recenti acquisizioni, inoltre, hanno arricchito il patrimonio di significative opere di teologia, filosofia, storia, pedagogia e arte: sono le donazioni del can. Francesco Rizzari (1923-2000), di mons. Gaetano Testa (1938-2004), di mons. Alberto Mazzone (1920-1994), di don Francesco Sinatra (1993-2007), sacerdoti particolarmente amati ed intensamente impegnati nella formazione spirituale e culturale di numerose generazioni; anche la consistenza libraria dell’ISSR “I. Marcinò” è stata trasferita presso la sede della Biblioteca PIO XI. Sono segni evidenti di una ritrovata e percepita vitalità della biblioteca.

Con una consistenza di circa 30.000 volumi, la Biblioteca PIO XI custodisce opere moderne e contemporanee ma soprattutto manoscritti, incunaboli, opere del Cinquecento e del Seicento, particolarmente pregevoli per illustrazioni e caratteristiche tipografiche.

Di straordinaria rilevanza è la sezione di storia locale e diocesana che annovera, tra le altre, le opere di Luigi e Mario Sturzo che si aggiungono alle consistenze custodite presso l’Archivio Storico Diocesano; una ricchezza di documenti che permette di tracciare per intero la vita e le opere di questi uomini illustri e Servi di Dio di Caltagirone, seguirne la pluralità degli interessi e l’importanza rivestita a livello spirituale, politico e culturale.

L’Archivio Storico Diocesano

Per la Chiesa gli archivi sono i luoghi della memoria delle comunità cristiane e fattori di cultura per la nuova evangelizzazione, la cui peculiarità consiste nel registrare il percorso fatto lungo i secoli dalla Chiesa nelle singole realtà che la compongono.

Nell’archivio storico diocesano sono custodite preziose testimonianze documentarie. Le più antiche sono carte del XVII secolo: atti civili, criminali e diocesani raccolti e volumati da Fra Giacinto Maria Cannizzo dei Padri Predicatori di Licodia a partire dal 1743. L’opera di sistemazione è stata compiuta da diversi sacerdoti che si sono alternati nell’incarico di archivista; il lavoro di maggior rilievo è stato compiuto dall’attale direttore dell’archivio mons. Mario Messina, Cancellieri della Curia diocesana.

Tra i documenti più significativi vi è la Bolla Pontificia di Pio VII, pergamena arricchita da fregi ottocenteschi, con cui è decretata l’erezione della Diocesi di Caltagirone nel 1816, i documenti relativi alle visite pastorali dei vescovi diocesani, un volume rilegato in pelle con oltre 6.000 pagine che riporta tutti i documenti relativi ai procedimenti per l’erezione della diocesi.

La riconversione delle aule scolastiche di un tempo e il progressivo trasferimento delle consistenze archivistiche, una più moderna e funzionale dotazione infrastrutturale su una superficie di oltre 400 mq, consente oggi una migliore fruibilità del vasto e prezioso patrimonio documentale storico e religioso della Diocesi.

 

La Cappella Neogotica

Inaugurata nel 1933 dal vescovo mons. Giovanni Bargiggia, è introdotta da un androne e da un nartece segnato da tre arcate con colonne in pietra marfisa: era questo lo spazio, in epoca paleocristiana, riservato a coloro che intraprendevano il percorso di fede per essere ammessi al Battesimo. Progettata dall’ing. Ambrogio Molla, milanese, vi si accede attraverso il portale a sesto acuto nel cui timpano è raffigurata la chiamata degli apostoli in riva al lago di Tiberiade, opera di Mario Albertella. L’artista, anch’egli milanese, impiegò, tinte brillanti ottenendo effetti di forte spiritualità e tratteggiando figure ieratiche ispirate ai mosaici bizantini.

Ai due lati del portale d’ingresso sono rappresentate le insegne papali di PIO XI e lo stemma vescovile di mons. Bargiggia. Autore di numerosi cicli di affreschi in diverse chiese lombarde, coadiuvato dal pittore Pietro Ugoni, Albertella dedicò la sua esperienza di maestro vetraio, mosaicista e pittore alla realizzazione degli affreschi e delle vetrate istoriate della Cappella.

Nel catino dell’abside, all’interno di una mandorla in oro zecchino, simbolo di regalità e luce Divina, è raffigurato Cristo che discopre il cuore con accanto schiere di Angeli e lo Spirito Santo rappresentato da una colomba; più in basso le vetrate istoriate con la Vergine Maria, San Giu­seppe e San Carlo Borromeo.

Ai piedi dell’altare in marmo sono custodite le spoglie mortali di un giovinetto: è San Pio martire ed eroe della fede, morto ancora adolescente durante una persecuzione sotto l’impero romano.

Il corpo, proveniente dalle catacombe di S. Ermete in Roma, faceva parte di un gruppo di giovani martiri, Vittore, Fortunato, Celestina e Benedetta, le cui reliquie giunsero, non si sa come, nella Cattedrale di San Giuliano pur essendo destinate a Siviglia.

Angeli a mezzobusto con cartigli recanti le virtù necessarie per divenire buoni sacerdoti ornano l’elegante navata mentre particolarmente pregevole sono la Via Crucis in terracotta opera del ceramista Giacomo ludici e la cantoria sopra la porta d’ingresso, così come le balaustre dell’altare, realizzate dal falegname Giuseppe Vaccaro.

All’esterno, visibile percorrendo le vie Giorgio Arcoleo e via Roma in direzione del centro storico e la Circonvallazione di Levante, si leva imponente la figura di Cristo Re benedicente: una statua alta oltre tre metri in mescola di cemento che domina sulle valli circostanti la città.

La Cappella, dedicata a Maria Bambina e a San Carlo Borromeo patrono dei seminari, è il luogo in cui per generazioni chierici e seminaristi hanno sperimentato la propria vocazione; qui del resto, per secoli sono venuti a pregare ed a santificarsi i figli di Francesco d’Assisi.

 

L’Auditorium Giovanni Paolo II

È una grande struttura aggregativa nel cuore del centro storico della città.

L’auditorium del Seminario Vescovile venne costruito durante il lungo episcopato di mons. Pietro Capizzi, Vescovo di Caltagirone (1937-1960) ed inaugurato nel gennaio del 1961 in occasione dell’insediamento episcopale del Servo di Dio mons. Francesco Fasola (1960-1963). Opera di straordinaria importanza per la vita del Seminario e della comunità diocesana, fortemente voluta dal rettore mons. Giuseppe Nicotra (1909-1988) realizzata su progetto dell’ing. Sebastiano Foti e con l’interessamento di don Luigi Sturzo e dell’on. Mario Scelba, l’Auditorium sorgeva «per gli alti colloqui delle folle credenti con Dio somma bellezza» come recita una epigrafe marmorea posta nel corridoio d’ingresso.

Rinnovato e riaperto nel giugno 2006 dopo lunghi lavori di restauro, l’evento, celebrato con una solenne Eucarestia è ricordato da una epigrafe commemorativa:

Questo auditorium fucina di sapere e di arte / arena dello spirito per una chiesa d’avan-guardia / S. E. Mons. Vincenzo Manzella a tre lustri dalla sua venuta nella città gratissima nell’anno di grazia 2006 / dandone novello decoro e prestigio intitolava a Sua Santità Giovanni Paolo II / tenace assertore del primato dell’uomo riconciliatore e di religioni / sprone e modello agli araldi della luce / perché sapessero dare speranza al mondo aprendo senza paura le porte a Cristo / a perenne sua memoria nella Diocesi di Caltagirone.

Capace di oltre 400 posti è oggi luogo di incontro e di confronto della vita diocesana ma anche teatro di eventi culturali e convegnistici per gruppi e associazioni locali e nazionali.